Home sweet Home non abita più qui 

Alessandra Galasso 

 

Pubblicato nel catalogo Zoom  Giancarla Zanutti Artecontemporanea_Milano 1999


C’è un senso di familiarità che ci accompagna ogni volta che camminiamo lungo la corsia di un supermercato, la sensazione che nasce dal riconoscere i prodotti che scandiscono i diversi momenti della nostra giornata. I biscotti preferiti della prima colazione, la marca di uno shampoo, il tipo di pasta che ci piace cotta al punto giusto.

Il successo planetario di Mc Donald si basa sullo stesso principio di riconoscibilità. Che ci si trovi a Tokyo, Nairobi o Piazza di Spagna, scorgere da lontano una grande emme gialla ci fa sentire subito a casa, varcando la soglia del fast food sappiamo di non rischiare incognite ed imprevisti, mentre siamo pervasi da un sentimento di familiarità, soffice e rassicurante.

Ed è proprio questa dimensione domestica e quotidiana il terreno di ricerca prediletto da Antonio De Pascale, consapevole com’è che la normalità e la consuetudine spesso celano crimini efferati. Come nei racconti di Patricia Highsmith, dietro uno scenario apparentemente banale e quotidiano spesso si nasconde la follia che porta a compiere gesti criminali, dagli effetti tanto più dirompenti quanto imprevedibili ed insospettabili.

Facendo leva su questo meccanismo psicologico, le sue opere minano l’apparato semiologico dello spettatore. Alterando ora il packaging di un noto prodotto, ora l’immagine stessa con la quale siamo abituati ad identificarlo; l’artista smaschera aspetti imprevisti ed inquietanti di oggetti ed ambienti. Il “casa dolce casa” è solo un obsoleto ricordo dei bei tempi andati. Perché oramai non ci si può fidare di niente e di nessuno. La signora bionda che,  cucchiaio in mano, per anni, ci ha sorriso da una scatola di dadi è vittima di qualche alieno che tenta di strangolarla; la mucca inconsapevole che pascola nel prato, circondata dalle cime innevate che ornano la confezione di un panetto di burro, sarà il prossimo bersaglio di uno stormo di aerei militari pronti a scaricare il loro fuoco mortale; il mulino di noti biscotti, compagno di risvegli mattutini, è stato fatto saltare in aria.

Anche le dimensioni subiscono una trasformazione, crescono a dismisura come nei film di fantascienza quando in seguito alla fuga di radiazioni nucleari, animali e cose sono soggetti ad inedite mutazioni. Le opere di Antonio De Pascale sono creature ipertrofiche , oggetti alterati che reclamano una nuova collocazione nel mondo.

Nelle opere fotografiche, spazi domestici lasciano intravvedere crepe e smottamenti, tracce che affiorano come ferite non cicratizzate. Sono un letto disfatto, ancora con segni della presenza umana, si spalanca un buco circondato da macerie, minaccia incombente che rischia di inghiottire (oppure l’ha già fatto?) chiunque si avvicini.

Se la Pop Art capovolse il classico principio dell’opera in quanto oggetto unico e irriproducibile a favore di un’arte seriale realizzata secondo i criteri dei prodotti di consumo, ora De Pascale chiude il cerchio; la meticolosità ossessiva con cui realizza i suoi “Packaging” è in antitesi con lo stesso principio fondante della produzione industriale che minimizza tempi e costi per moltiplicare all’infinito prodotti fra loro identici. E se la lattina di Campbell’s soup era l’anticipazione di un’era, immagine iconica , totem della futura civiltà dei consumi, il sacchetto di biscotti su cui è stato fatto esplodere il Mulino Bianco o la mano inguainata che stritola il bicchiere su una confezione di guanti da cucina, sono rappresentazioni iconoclaste , tentativo emblematico  di emancipazione dalla schiavitù degli oggetti, segno premonitore di un’epoca in cui (si spera) l’uomo si accinge a intraprendere un viaggio di carattere spirituale, lontano dalle cose, dentro se stesso.  

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