Guido Bartorelli 

su Juliet art magazine n°108_ giugno 2002

 

Ciò che da sempre mi ha impressionato di Antonio De Pascale e del suo lavoro è la caparbietà con cui si è dedicato ad una delle questioni più urgenti che coinvolgono gli artisti di questi tempi: qual è il loro ruolo nella produzione della miriade sfolgorante di immagini che si impongono quotidianamente al nostro sguardo?

Senza perdersi in diversivi di poco conto, De Pascale punta dritto al cuore di una tematica che mi sento di definire epocale. E’ peculiarità dell’epoca attuale, infatti, la perdita da parte dell’artista del quasi esclusivo controllo che un tempo deteneva sulla creatività visiva. E’ un fatto che solo una percentuale irrilevante delle icone che fruiamo la dobbiamo agli artisti. Chi davvero ne è responsabile sono piuttosto i cosiddetti creativi – grafici, pubblicitari, art director…- che lavorano al sevizio delle aziende. Questi non sono la stessa cosa degli artisti: provengono da una formazione differente, frequentano differenti ambiti professionali e ancor più differenti sono le rispettive finalità. Il problema più grande -  per gli artisti, non certo per la collettività – è che i creativi non sono meno bravi, tutt’altro: forti di una schiacciante supremazia economica, hanno sviluppato una maturità espressiva indiscutibile.

Quante immagini mass-mediali ci catturano movendo i nostri sensi e intelletto con enorme efficacia, godendo inoltre della visibilità senza barriere garantita dalla diffusione mass-mediale? Un tempo, lo ripeto, ciò era prerogativa degli artisti, oggi essi vedono i loro sforzi bruciati da uno spot pubblicitario.

Perfettamente consapevole della follia del gesto, De Pascale sfida i colossi della produzione d’ immagine con la propria manualità attrezzata soltanto di matita e pennello. Lentamente, egli replica alcuni frammenti dell’immaginario commercial-televisivo  e intanto questo è già corso via verso centomila altre visioni. E’ come la gara fra la lepre e la tartaruga. Con l’ulteriore svantaggio che la lepre, questa volta, non perde tempo – anzi nemmeno sa che qualcuno da lontano segue i suoi passi – e continua a sfrecciare a velocità insostenibile. Ovviamente la tartaruga non può che arrivare ultima. Ma proprio qui, nell’arrivare ultima o, magari, nel non arrivare mai, che risiede la sua identità. L’artista, sembra dirci De Pascale, trova il suo ruolo proprio nell’essere irrimediabilmente fuori dalla competizione, senza niente da vincere o da perdere. Da qui può partire un atteggiamento disinteressato e riflessivo e, sotto sotto, terribilmente corrosivo. E’ fonte di ironia e autentica comicità il  tentare di rifare un mondo di icone alieno, nei cui confronti si soffre una condizione di insanabile handicap o, come la chiama De Pascale, di “sindrome di Zelig”: vi ricordate il film di Woody Allen? In effetti, durante il processo di imitazione, si presentano inciampi, capitano incongruità ed errori. E alla fine le cose non sono più uguali a se stesse.  

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